Zoe Magazine - IndexZoe Magazine - magazine - IndexGerione e le Esperidi, figlie della notte;
deve affrontare esseri fantastici come i centauri
e straordinari come le Amazzoni, le
donne guerriere. Infine deve recarsi
nell’Ade, il luogo da cui nessun mortale è
tornato indietro. Il suo operato diviene il
simbolo di un’azione civilizzatrice particolarmente
valorizzata nell’età umanistica,
proprio per l’impegno ad affermare il primato
dell’umano, lo sforzo di creare un
argine contro le forze della distruzione. I
rimandi all’esperienza limite della morte
sono continui dalla prima all’ ultima delle
fatiche. Dopo avere ucciso il leone di
Nemea, stremato di fatica Eracle dorme un
sonno di trenta giorni. Al risveglio si cinge
il capo con una corona di sedano, pianta
che si deponeva sulle tombe, come le statue
dei leoni. La discesa nell’Ade che lo vede
tornare col cane Cerbero, preso prigioniero,
costituisce una discesa agli Inferi di segno
iniziatico. Eracle attraversa le regioni d’ombra
della follia omicida, della malvagità,
della mostruosità e della morte. La fine della
sua vita sulla terra, per quanto abbia una
connotazione tragica, è l’ inizio di una rinnovata
condizione divina.
In Mesopotamia, la terra fra i due fiumi,
sono stati concepiti i primi racconti della
nostra civiltà. L’Epopea di Gilgamesh,un
antico racconto sumero rivisitato conferendogli
una forma classica nel XII secolo a.C.,
narra di un re: Gilgamesh, che vive nell’an-
In alto: Gilgamesh; nella pagina accanto:
una delle fatiche di Ercole
Per placare l’ardore
di Gilgamesh
gli dei decidono di creargli
una controparte
nella forma di un uomo
Primitivo,
Enkidu
Seme di silenzio
tica città di Uruk. Il suo potere non ha limiti
e lo esercita sottraendo i fanciulli alle
madri, le giovani spose ai mariti: una specie
di Minotauro; il richiamo del suo tamburo
conduce i giovani ala guerra, la sua lussuria
smodata sottrae le spose al talamo. Il suo
stesso corpo è solo per un terzo umano, i
rimanenti due terzi sono di fattura divina. Il
carattere ibrido della natura di Gilagamesh
fa di lui una solida rete a protezione dei
suoi uomini, un diluvio travolgente che
può distruggere perfino un muro di pietra.
Per placarne l’ ardore gli dei decidono di
creare una controparte, nella forma di un
uomo primitivo. Questi viene plasmato
dalla dea Aruru utilizzando un grumo di
argilla da cui viene tratto un guerriero:
Enkidu, seme di silenzio. Il giovane conduce
una vita selvaggia. Una prostituta sacra
Samhat, inviatagli dal re di Uruk, congiungendosi
con lui sei giorni e sei notti, lo trasforma
in un essere civile. Il sovrano di
Uruk e il suo alter-ego dapprima si scontrano.
Il cimento dei due eroi prelude a
un’amicizia profonda che dura fino alla
morte di Enkidu. Gilgamesh ama l’amico
come si ama una donna, insieme compiono
imprese straordinarie: uccidono Hubaba,il
mostro che infesta la Foresta dei Cedri,
abbattono il toro celeste inviato dagli dei a
imperversare nella città di Uruk, per punire
il re di avere respinto le profferte d’amore
della dea Ishtar. Il sodalizio tra i due eroi,
viene interrotto dalla malattia e dalla morte
di Enkidu. Gilgamesh non accetta che il suo
amato entri nella Casa della polvere, il suo
cuore si riempie di disperazione e vaga nella
steppa come un mendico. Egli decide di
recarsi da Utanapishtim l’unico uomo ad
essere sopravvissuto al flagello del diluvio
universale, primordiale punizione divina
rivolta al genere umano. L’eroe attraversa le
acque di morte che lo separano dalle regioni
remote dove dimora l’unico superstite. Egli
spera di ottenere una risposta sul mistero della
morte che disperde in un attimo la vita dell’uomo.
Le parole del saggio Utanapishtim, non
recano alcun conforto, è vano angosciarsi di
fronte all’ inevitabile: L’umanità è recisa come
canne in un canneto. Sia il giovane nobile
come la giovane nobile sono preda della morte.
Nessuno vede la faccia della morte, nessuno
sente la voce della morte… nessuno può disegnare
la sagoma della morte. Dopo il di diluvio
gli dei hanno decretato un destino di caducità
per l’ umanità a venire. E’ credibile che essi
si riuniscano di nuovo in assemblea per placare
la sofferenza di Gilgamesh?
In ultimo, impietositosi della sofferenza che
lacera l’eroe, l’immortale gli rivela l’esistenza
della pianta dell’eterna giovinezza, che si trova in
fondo al mare. Gilgamesh riesce a prenderla e si
ripromette di farne dono in primo luogo ai vecchi
di Uruk, perché ritrovino il vigore della giovinezza
e poi di mangiarne lui stesso. In un
momento di sosta durante il viaggio di ritorno,
egli si immerge in un pozzo per rinfrescarsi. Un
serpente che stava nascosto nei pressi divora la
pianta e muta all’mprovviso di pelle. All’eroe
non resta che disperarsi per il suo fallimento. Il
poema si conclude con le parole che il re di
Uruk adopera per magnificare la sua città: le
terre del tempio di Ishtar, i suoi orti, le sue
cisterne, le mura di mattoni cotti. Agli uomini è
dato solo l’orgoglio di edificare opere che durano
nel tempo, al di là della loro effimera esistenza.
A noi resta l’impressione indelebile del gesto
generoso compiuto dall’ eroe addolorato per la
perdita dell’amico e la constatazione della propria
natura mortale, che decide di donare la
pianta contro l’irrequietezza, ai vecchi della
sua città per ridare loro il verde della giovinezza.
Questa nobile intenzione gli assicura il pieno
diritto a considerarsi re, a chiamarsi uomo.
ZOE MAGAZINE 9