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Ki2:
Comunicare vv ee ss tt ee nn dd oo
se i vestiti parlas- e sero? E se parlando
riuscissero a
raccontare una storia ed
insieme la realtà di alcuni
giovani creativi che di quella storia fanno
parte? Succede. Non in Europa o in
America, ma in Africa, un’Africa che si
racconta in maniera diversa, lontana dagli
stereotipi con cui spesso molti la identificano.
Tutto nasce dai Kanga, coloratissimi
parei in puro cotone con la peculiarità
di riportare tra la parte centrale (adornata
da motivi geometrici, floreali o
astratti) ed il bordo (normalmente a righe
colorate), una frase (jina), uno dei tanti
proverbi di cui la tradizione swahili è
ricca: proverbi saggi, ironici, divertenti
ma anche frasi malinconiche o di buon
auspicio. Lungo tutta la costa dell’Africa
Orientale i kanga rappresentano un vero
modo di “comunicare vestendo”, specialmente
in Kenya dove da più di un
secolo sono la forma principale di vestiario
per le donne swahili che li scelgono
non soltanto in base ai colori ma soprattutto
in base a cosa vogliono far sapere
alla comunità: se una donna ha litigato
con suo marito o lo ha sorpreso con
un’altra, vestirà un kanga che dice Na
wala sitasahau sitalipiza (Non mi vendico
ma non dimentico), se una ragazza
diventa madre riceverà come regalo un
kanga con la scritta: Nani kama mama
(Nessuno è più importante della
mamma). Spesso sono riportati messaggi
politici o sociali, così quando “esce”
un nuovo kanga tutti sono curiosi di leggerne
la frase, come se si trattasse della
notizia di un giornale.
Rachael Mutindi è una giovane stilista
Keniota, nata a Mulutu, un piccolo paese
del distretto di Kitui: circa 3000 persone,
una pianura semiarida, una casa ogni 500
metri circa. Fa parte di una tribù pacifica,
nata dopo che nella zona fu costruita una
scuola, che vive coltivando la terra e allevando
animali. Rachael da bambina si
dedicava alla caccia e pascolava le mucche
di famiglia, ma sempre aveva uno
sguardo attento, un interesse particolare
per il modo di vestire, per gli abbinamenti
e i significati delle stoffe e dei colori.
Fin da giovanissima ha sviluppato l’arte
di cucire e creare vestiti, quando poi si è
trasferita a Nairobi ha maturato la sua
idea imprenditoriale e nel 2006 l’ha realizzata:
la linea di abbigliamento Ki2 che
trasforma i kanga in coloratissimi “vestiti
che parlano” realizzati esclusivamente
a mano, linea che in poco tempo sta conquistando
anche l’Italia. Ogni capo è un
pezzo unico che anche gli italiani adesso
scelgono non solo in base al modello o al
colore ma anche in base al proverbio, la
cui traduzione è riportata sull’etichetta:
Ajidhanie kasimama, aangalie asianguke (Chi
si sente ben saldo in piedi, dovrebbe fare
attenzione a non cadere), Changu ni chetu,
na chako ni chako (Quello che è mio è tuo,
Foto: Davide Signa
e quello che è tuo è tuo). Abiti per donne,
uomini e bambini, borse e teli mare,
modelli estrosi ed eleganti, dalle linee
morbide o fascianti, sono abbinati a
monili realizzati da altri artigiani kenioti
che Ki2 promuove insieme alla propria
linea. Rachael ha, inoltre, voluto portare
avanti un progetto d’aiuto-adozione
volto a ridare speranza ad un gruppo di
donne dello slum di Kibera a cui, a seguito
della recente ondata di violenza tribale
che ha devastato il Kenya, sono state bruciate
le case: sei sarte che oggi lavorano a
tempo pieno nel progetto Ki2.
A.T.
www.evolve.co.ke//samples/ki2web/index
In basso Ki2 realizza abiti per donna, uomo e bambino,
abbinati a monili prodotti da artigiani africani
ZOE MAGAZINE 87
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