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La felicità della
letteratura
dentro una valigia
(con Orhan Pamuk )
Daniela D’Angelo
m
i piacerebbe dire: detesto i libri di
scrittori che parlano di scrittura, li
trovo noiosi e più o meno tutti simili tra loro,
al massimo vari nella formula narrativa; c’è
chi usa la forma diaristica, chi quella epistolare,
chi imbastisce un intero racconto per parlare,
alla fine, sempre di questo: come si
diventa scrittori, chi è uno scrittore, perché si scrive e perché si
scrive in quel modo. Mi piacerebbe dire che tutto ciò sarebbe
pure interessante ma che le riflessioni di scrittori che parlano del
loro mondo, come amano definirlo, non arrivano mai al centro
della questione. La sfiorano. Pur desiderando intensamente fare
altro, raggiungere il cuore, illuminare, in realtà girano a vuoto.
Gli scrittori che raccontano se stessi e il proprio rapporto con la
scrittura, arrivano a dire di tutto, convinti di soddisfare le nostre
curiosità, e in effetti noi siamo curiosi. Arrivano a dirci a che ora
del giorno o della notte scrivono, e come, se usano la penna, o
si affidano al computer, arrivano a confidare i loro vezzi, se
durante la stesura del loro romanzo ascoltano musica, se sorseggiano
vino, camomilla o aranciata. Come nascono i personaggi
delle loro storie, quali sono i luoghi in cui è più facile che l’ispirazione
li raggiunga (mare, montagna, lago), di come condivida-
Orhan Pamuk, La valigia di mio padre, .72 pagg., 8 euro.
no gli spazi abitativi con la famiglia agognando invece la solitudine,
o di come siano costretti alla solitudine agognando
invece la compagnia. Però non lo posso dire. Non posso dire
che questi libri li trovo noiosi, più o meno tutti simili tra loro
e opachi e…invece, mi piacciono. E li leggo con una felicità
silenziosa. Ripercorrendo più volte le stesse pagine. Gli unici
libri su cui faccio a matita delle sottolineature. Libri che diventano
indispensabili per il mio studio, su cui felicemente chino
la testa. Anche se, onestamente, è vero che non arrivano mai
al centro della questione. La sfiorano. Pur desiderando intensamente
fare altro, raggiungere il cuore, illuminare, in realtà
girano a vuoto. E il mistero del talento resta insondabile. Del
talento di uno scrittore, della sua abilità e del suo mestiere, possiamo
goderne ma non carpirne i veri segreti. Adesso è il
momento di un libro, sottile e bello, di Orhan Pamuk, scrittore
turco, Premio Nobel 2006 per la letteratura. È questa la
mia lettura in corso. Si intitola La valigia di mio padre (Einaudi),
e sono felice di averci sbirciato, dentro a questa valigia. Perché
le domande, “Qual è il senso della letteratura?” oppure “Come
nasce un romanzo?” riguardano lo scrittore e il lettore e la
capacità di entrambi di condividere il destino di tutti gli uomini,
“ la nostra abilità di metterci nei panni di un altro”.
ZOE MAGAZINE 69
LIBRI