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Marco De Masi
i
l regno degli spaventati,
dei malati
gravi, una ridda di
incidenti e malesseri
improvvisi. Vecchiette sorprese da un collasso
in pigiama, motociclisti distratti, o semplicemente
sfortunati, con le ossa disfatte e la maglia
imbrattata di sangue. Bambini febbricitanti, che
piangono senza rimedio. Alessandra comincia il
turno in Pronto soccorso, ospedale di Foggia,
sono le nove di sera. Ha ventinove anni: la laurea
in medicina, quattro anni fa, sembra
un’esperienza lontanissima: «Mi occupo di
pronto soccorso pediatrico, curo bambini e
ragazzi fino a sedici anni. Sapevo che sarei stata
pediatra fin da piccola, non avrei saputo immaginare
nient’altro». Appena entrata in ospedale,
dal turno precedente le affidano due bambini.
Da tenere d’occhio: il primo ha due anni, ha
una gastroenterite, è disidratato, attaccato a una
flebo. Il secondo ha quattordici mesi: cerebropatico,
ha la febbre alta. Niente di speciale.
Passa un’ora: arrivano i genitori con la loro
figlia, paziente femmina, quattro anni, febbre
alta. Crisi tonico cloniche generalizzate. Vuol
dire che i muscoli si contraggono all’impazzata,
incontrollabili. Fuoriuscita di bava dalla bocca.
Revulsione dei globi oculari. Perdita di coscienza.
Rigidità diffusa. Per Alice (i nomi sono di
Non ho
paura
(storia di un medico)
La routine di
Alessandra
mantenere
la calma, senza
fare troppo caso
alle difficoltà e
alla tensione
fantasia) sono le prime convulsioni: valium per
tranquillizzarla, e subito ricovero, i genitori
sono spaventati e smarriti. Per Alessandra è
quasi routine. Mantiene la calma, naturalmente,
senza neppure fare troppo caso alle difficoltà e
alla tensione: «Bisogna solo rimanere concentrati,
sempre, mantenere come si dice il sangue
freddo e i nervi saldi». Specie quando i casi, persino
quelli più drammatici, almeno a primo
acchito, cominciano a essere cose già viste, già
fatte. Allora si ragiona meno, si applicano procedure
collaudate: «Le malattie più rare e più
difficili, del resto, raramente passano per il
Pronto soccorso», spiega Alessandra. Il lavoro,
però, non manca. Tre o quattro casi ogni notte,
ma anche dieci, dodici, quindici o ancora di più.
Alessandra li affronta senza allarmi: «Per la verità
non mi sono mai spaventata, neanche all’inizio.
Le notti sono molto diverse, per numero di
emergenze, per le persone che ti trovi davanti,
per la loro paura». Generalmente enorme: «Il
lavoro del medico è anche questo, cercare di
dare tranquillità ai genitori quando arrivano in
Pronto soccorso».Ore due. Arriva Luigi, sei
mesi, con bronchiolite. Ha rientramenti sottodiaframmati.
Respira male, in poche parole,
sembra soffocare. Ma non è grave, si comincia
con l’ossigeno, si continua con la terapia idratante.
Poi aerosol con cortisonici, alla fine il
ricovero: «Starà bene, ma è meglio tenerlo in
corsia». La notte va avanti, Alessandra si riposa
nella stanza che l’ospedale mette a disposizione
dei medici di guardia. Ma non si dorme, non si
fa realmente in tempo: ci si distende appena ed
è già il momento di pensare a un altro caso, un
altro bambino. Ci si stende e basta, si aspetta il
prossimo paziente e la fine del turno. Nella stanza
c’è un televisore, Alessandra lo lascia acceso.
Alle nove del mattino, dopo dodici ore di
manovre, di parole di conforto, di genitori più o
meno preoccupati, di colleghi che trovano la
forza e il tempo per uno scherzo, una battuta a
mezza voce, per non disturbare la notte, finisce
il turno. Spesso non si va a casa. Si torna direttamente
in reparto: i bambini sono straordinari,
il loro dolore e la loro capacità di riprendersi ti
fanno dimenticare di aver passato un’altra notte
in bianco, non ti fanno sentire la stanchezza che
pian piano, con i mesi, si accumula. Ci vogliono
costanza, pazienza, tranquillità, ma anche capacità
di decidere in un instante della vita di un
bambino. Vederli migliorare, lentamente, ma
costantemente, dire loro arrivederci, accoglierne
altri. Alice sta meglio. Le convulsioni sono passate,
è ancora in ospedale ma ne uscirà presto.
Luigi ha ripreso a respirare più tranquillamente.
Ancora non mangia, soffre. Ma sta meglio, sta
già meglio. «Guarirà. Basta saper aspettare».
ZOE MAGAZINE 66