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Dal lower est side di
manahattan alle metropoli del
mondo, la nuova tribù globale
si chiama:
hipster
Claudia Rech
N
el mondo intero
s’è fatto largo un
nuovo stile di
vita, un nuovo modo di
essere e vivere la quotidianità.
Negli anni ‘70 c’erano
gli hippy che predicavano l’amore libero
e la pace nel mondo, negli anni ‘80 gli
yuppie che si dedicavano mente e corpo
alla costruzione di una carriera, negli anni
‘90 la generazione X che negava i due
fenomeni culturali precedenti, abbattuta
perché senza speranza nel futuro, oggi ci
sono gli hipster. Il fenomeno di questa
tendenza culturale nasce in America alla
fine degli anni ‘90 e si materializza a New
York, nel quartiere di Williamsburg e nel
lower east side. Quartieri all’epoca poco
urbanizzati, spesso degradati e lontani
dall’appeal rampante di Manhattan. Vi si
trasferivano giovani della classe media,
stufi della tranquillità che regnava nei sobborghi
delle loro case di famiglia per andare
in cerca di nuove frontiere, nuovi modi
di essere ed esprimersi.
La parola hipster però non è nuova nel linguaggio
anglofono, deriva dalla parola hip e
veniva già usata negli anni ‘40 dove era collegata
al fenomeno musicale -all’epoca,
bizzarro e nuovo- del jazz. In quegli anni
essere un hipster voleva dire essere un insider
della musica jazz, più tardi questa
parola venne anche usata dagli scrittori
come Kerouac e Ginsberg per descrivere i
ragazzi della beat generation. Oggi chi si
identifica con la parola hipster ha una forte
passione per la musica, il cinema e l’arte
indipendente, ama vestire in un modo
totalmente bizzarro, combinando pezzi
dell’usato (spesso pezzi trash) ad elementi
firmati, è vegano o vegetariano, professa
ideologie socialiste, lotta per i diritti dei gay
e delle lesbiche, legge riviste come Vice
e Clash e si tiene sempre aggiornato
sugli ultimi trend musicali ed artistici sul
sito web pitchfork media, ormai diventato
una vera bibbia per il movimento.
Chi è un hipster non ha paura di rompere
le regole dell’alta moda e del bon
ton, combina come se niente fosse
colori, texture di tessuti ed accessori firmati
ad accessori trash perché all’hipster
non interessa lo stile omogeneo, la
classe, ma l’essere bizzarro, distinguersi
dalla folla, rompere le regole. Per ispirarsi
si rifà soprattutto alle serie tv degli
anni ‘70 e ‘80. I pezzi forti del suo abbigliamento
sono il cappellino da trucker
e le calze a spugna dei giocatori di
basket, abbinati spesso ad elegantissimi
abiti o scarpe con il tacco. Chi per
prima teorizzò il movimento fu Robert
Ianham che nel 2003 pubblicò il libro
ZOE MAGAZINE 38